Per un sacco di tempo mi sono arrovellato su cosa scrivere sul blog e solo ora mi rendo conto che ogni giorno c’è qualcosa da raccontare!
L’altro giorno ricevo una telefonata da un certo Mister X di Milano: “Sono a Bujumbura, ho avuto il tuo indirizzo da un amico che mi ha detto che organizzi viaggi”.
La città è piccola e si fa presto ad organizzare un rendez-vous, per cui in pochi minuti ci incontriamo in uno dei rari bar che offrono un vero espresso italiano!
 L’amico lavora nella cooperazione, è logista e viene dal vicino Congo; vuole vedere il Burundi ma ha pochi giorni a disposizione. 
Purtroppo non abbiamo macchine né guide disponibili: sono in viaggio e non torneranno prima di una decina di giorni. Che fare? Gli sconsiglio (capirete leggendo perché ho voluto sottolineare!) di partire all’avventura, il Burundi non è un paese attrezzato per il turismo e benché abbia il vantaggio di essere assolutamente sicuro, la gente qui non ha idee di cosa sia un turista! Non ne conosce i desideri, non capisce neanche perché si vadano a visitare le cascate o le acque termali, che hanno il solo vantaggio di essere calde e ci si può fare il bagno a qualsiasi ora!
L’avventuriero non demorde: “Vengo dal Congo, non ho paura di niente, sono abituato a tutto e mi adatto facilmente”, insiste. Lo metto in contatto con un mio amico che può noleggiargli un’auto con autista; sempre meglio di niente; però andare in giro con qualcuno che non parla una parola di una lingua a te comprensibile non mi sembra il massimo! 
Non so il perché, ma tutti quelli che vengono dal Congo si sentono dei Rambo della cooperazione… Non parliamo poi dei logisti, che sono dei “tuttofare” indistruttibili esperti di… tutto! Quindi logista + Congo… non ho parole (solo parolacce, che preferisco tralasciare in questo spazio!).
Vabbé! Ci riuniamo tutti l’indomani: l’Indiana Jones del Congo, mia moglie, l’autista ed io. Lo scopo della riunione era di pianificare il viaggio con mia moglie Manna, instancabile mediatrice culturale, e l’autista affinché capisse tappa per tappa tutto il percorso.
Finalmente la partenza!
Dopo 2 ore la prima telefonata: “Sono a Rwegura e la jeep è senza freni”!
Accipicchia, Rwegura si trova a 2.200m e Bujumbura è a 700m, non occorre essere dei piloti per capire che prima o poi ci sarà bisogno di frenare! La telefonata è stata telegrafica, probabilmente giusto per farci sentire in colpa poi il silenzio assoluto. 
Dopo 2 ore, un altro colpo di telefono: “Sono a Kirundo, come si chiamava l’albergo delle suore in riva al lago?”. Sussultiamo: come a Kirundo? Si trova a 160 Km da Rwegura e 200 da Bujumbura! “Ma come avete fatto senza freni?” dico io.
-“Nessun problema ho smontato una ruota e ho dato un’occhiata”.
-“Ah, quindi nella tua vita precedente alla cooperazione facevi il meccanico o qualcosa del genere?”
-“No ero animatore nei villaggi turistici”!!
Anche in questo caso rimango senza parole, le sole espressioni che mi vengono in mente sono in francese… di Parigi e… intraducibili!
-“Comunque l’autista che mi hai dato non parla una parola di francese, ma come si fa”?!!
 A parte che non gli ho dato nessun autista, anzi… e poi perché un burundese deve parlare il francese visto che la sua lingua madre è il Kirundi? Probabilmente tutti gli autisti di Milano sono poliglotti!
Cala la sera e la giornata comincia a diventare lunga quando non sai con chi parlare; niente di meglio che prendere il telefono e rompere le scatole ad un povero padre di famiglia. 
“Sta andando tutto male: l’autista non parla francese, l’auto è troppo lenta e… etc etc”. Poi dopo una lunga, interminabile pausa carica di cattivi presagi, la fatidica frase: “Domani torno a Bujumbura”!!!
Alle volte sembra che il mondo giri al contrario: cerchi di consigliare le persone ma tutti ne sanno più di te… magia dell’Africa Nera, qui sono tutti esperti!
Mi sa che prima o poi devo decidermi a parlare di fatti e misfatti della cooperazione e dei cooperanti. Manna ripete sempre: “On aura tout vu au Burundi”!!